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Sono trascorsi più di dieci anni dall’inizio di una delle più grandi crisi economiche del capitalismo. Il suo effetto più visibile è stato il peggioramento delle condizioni materiali di vita per l’immensa maggioranza, ma anche l’incremento del dominio dell’economia, delle merci e del denaro su molti aspetti della vita. Tutto ciò però non è avvenuto senza conflitto. Un’ondata di mobilitazioni ha attraversato il mondo e ha contestato la direzione che si è voluto imporre a quest’ultimo.

Sotto lo slogan “Non siamo merci nelle mani di politici e banchieri”, migliaia di persone con sensibilità politiche diverse manifestarono a Madrid il 15 maggio 2011. Quella notte una ventina di persone furono arrestate e un’altra ventina decise di accamparsi nella Puerta del Sol di Madrid per manifestare la propria solidarietà con le persone arrestate ed esigere la loro liberazione. Dopo il brutale sgombero delle persone accampate, in centinaia si riaccamparono il giorno successivo, e migliaia si ritrovarono in piazza. Nel corso delle settimane successive si organizzarono nella Puerta del Sol assemblee aperte, mobilitazioni e azioni di protesta, nonché prove di auto-organizzazione che miravano a sperimentare modi diversi di comprendere la politica e di agire. Quel movimento, multiforme e variegato, nacque dalla rabbia e dall’indignazione, ma anche dalla speranza. Nella sua prima ora di vita si materializzò in un gesto di solidarietà verso le persone arrestate e di risposta agli abusi e all’impunità della violenza della polizia, che a sua volta dimostrava la paura del potere di fronte alla mobilitazione che stava prendendo forma in piazza.

Le persone arrestate il 15 maggio furono rilasciate con vari capi d’accusa, in attesa di processo, dopo aver trascorso 72 ore in stato di arresto e di isolamento in commissariato. Una volta uscite, scrissero un comunicato in cui denunciavano le aggressioni e le vessazioni a cui erano state sottoposte, sia al momento dell’arresto che nei giorni trascorsi in cella1; denuncia che non fu oggetto di alcuna indagine né da parte della procura né da parte di alcuna altra istituzione governativa. Niente di diverso dal solito, d’altronde. Come rientrano nella “norma” le successive modifiche nella versione della polizia, i fatti contestati e le accuse imputate ai detenuti. La fase istruttoria del processo, un processo in cui non ci sono prove se non le dichiarazioni dei poliziotti, è durata anni; una volta conclusasi, si è dovuto attendere anni prima che i tribunali reputassero opportuno fissare la data del processo.

Nel febbraio 2019, quasi otto anni dopo i fatti!, 14 delle persone arrestate il 15 maggio 2011 rischiano fino a sei anni di prigione (per un totale di 74 anni se si sommano tutte le pene). Non sono le sole. Nello Stato spagnolo ci sono centinaia di attivisti/e in attesa di processo, molti/e dei/lle quali da 7, 8, 9 anni. In quasi tutti i casi lo stesso schema si ripete come un copione: arresto violento, aggressioni e umiliazioni in commissariato, modifiche nella versione della poliziaNonostante in molti casi esistano numerosi documenti video delle aggressioni della polizia, nessuno è stato oggetto di alcuna indagine d’ufficio, pochissimi casi sono andati a processo, e in nessuno si è arrivati a una condanna o al riconoscimento di responsabilità dello Stato, né tanto meno al riconoscimento dei danni causati (nemmeno nei casi più gravi, come l’omicidio di Íñigo Cabacas).

L’obiettivo della repressione è chiaro: servire da lezione, fare in modo che tutti/e sappiano che per il fatto di manifestare, protestare, organizzarsi e lottare si può finire randellati/e, arrestati/e e incarcerati/e. E mantenere così l’impunità, occultando i veri responsabili della violenza, creando un clima di paura che garantisca la smobilitazione e la sottomissione alle condizioni dettate dall’economia, messe in atto dai governi e blindate da polizia e giustizia. Così in tutto il mondo la repressione si inasprisce, gli stati d’eccezione si allargano, la macchina giudiziaria viene oliata per evitare qualunque accenno di nuove proteste, di nuove forme di auto-organizzazione, di qualunque contestazione anche piccola e parziale del mondo così com’è, ovvero come il potere economico impone che sia.

Ma non ci sottometteranno facilmente, e tanto meno riusciranno a metterci a tacere o a rinchiuderci. Di fronte ai vecchi e nuovi autoritarismi, di fronte alla repressione delle lotte sociali, di fronte alla nuova normalità del bavaglio2 e delle leggi d’eccezione, risponderemo sempre con la solidarietà.

Se toccano uno/a, ci toccano tutti/e. A febbraio del 2019 ci processano tutti/e. E non resteremo zitti/e né fermi/e.

Esigiamo l’assoluzione per i 14 del 15M e il riesame dei capi d’imputazione di tutti i casi giudiziari aperti.

Asamblea Popular de Lavapiés 15M.(movimento degli “indignados”, assemblea del quartiere di Lavapiés – Madrid): 14del15mlibertad@gmail.com

Per aderire, collettivamente o individualmente: 14del15mlibertad@gmail.com

Per maggiori informazioni: https://15mlibertad.wordpress.com

2Ci si riferisce alla Ley Orgánica de protección de la seguridad ciudadana, entrata in vigore l’1 luglio 2015, comunemente conosciuta come Ley Mordaza (Legge Bavaglio), che insieme ad altre misure ha contribuito a restringere fortemente la libertà d’espressione, d’informazione e di manifestazione (NdT).

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